Ottocento

Il pessimo affare dei palazzi di piazza Statuto

La seconda metà del mese di marzo del 1861 aveva certamente fatto vivere giornate straordinarie, e insieme preoccupanti, al sindaco di Torino barone Augusto Nomis di Cossilla: il 17 marzo era stata proclamata l’Unità nazionale; il 23 si era tenuta la prima riunione del Parlamento italiano nel cuore di Torino capi- tale; ma il 28 marzo era stato approvato un ordine del giorno parlamentare con la dichiarazione programmatica di trasferire, presto o tardi, la capitale d’Italia da Torino a Roma. La speranza di un futuro radioso per Torino, come capitale della nuova nazione, stava già vacillando. Il Sindaco lo rilevò con chiarezza nel suo discorso di apertura alla sessione primaverile del Consiglio Comunale. Che fine avrebbe fatto la città nel giorno in cui la capi- tale fosse davvero migrata a Roma? Sarebbero cessati gli investimenti su Torino? Ovvio che sì. Com’è noto, il temutissimo trasferimento a Roma avvenne tre anni dopo, nell’autunno del 1864, fra proteste di piazza soffocate nel sangue della polizia sabauda. Fra il 1861 e il 1865 i torinesi vissero in una sorte di «limbo», sperando fino all’ultimo che gli scenari peggiori non si avverassero. Ed è in questo limbo – in questo lasso di tempo sospeso – che si colloca la vicenda di piazza Statuto, costruita per ospitare funzionari di Stato che non la abitarono mai.

Nel 1863 il Comune di Torino concesse i terreni gratuitamente a potenti costruttori inglesi. L’operazione si rivelò un gigantesco flop. Nel 1864 la capitale d’Italia volava a Firenze, il comune si rassegnò a comprare tutti gli edifici.

Il racconto completo lo trovate sul numero di Torino Storia in edicola dal 15 maggio, a firma di Giuseppe Bracco. Qui le immagini di Massimo Masone.

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