Primo Levi e il piemontese

13.00

Bruno Villata
90 pagine, Edizioni Savej

«Amo questo dialetto è il mio, quello della mia infanzia, che mio padre parlava con mia madre e mia madre con i bottegai». Primo Levi manifestò – soprattutto nel romanzo «La chiave a stella», che ha per protagonista il torinese Tino Faussone, operaio specializzato che gira il mondo a montare gru, ponti, derrick per impianti petroliferi – affetto, consuetudine, ammiccamenti costanti con il piemontese. Bruno Villata mette sotto la lente di ingrandimento con vivacità, ma senza perdere il rigore, quest’aspetto poco indagato del Levi scrittore: l’utilizzo di una lingua piuttosto «fuorivia» in cui si intrecciano di continuo – desunti appunto dal piemontese – prestiti, interferenze, calchi lessicali e tutti quei fenomeni comuni nelle situazioni di lingue in contatto.
Parole come: balengo (sciocco), mucco mucco (mortificato), farlecca (ferita), grottolute (ruvide), malgraziosa (sgarbata), nuffiava (annusava), rabadan (baccano), tracagnotto (basso di statura). Oppure anche espressioni come: a truc e branca (in modo approssimativo), mettere Berta in sacco (tacere), bagnare il naso (superare), perdere le bave (fare follie per qualcosa), come succhiare un chiodo (non trovare alcun gusto o senso in qualcosa), grazioso come il mal di pancia… sono tutte lo-cuzioni usate da Levi, ricche di sorprendente vivacità ed ironia di cui le pallide traduzioni italiane non riescono a rendere l’arguzia e la ricchezza espressiva.

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L'autore


Bruno Villata

Bruno Villata (Torino). Laureatosi in lettere e filosofia presso l’Università di Torino con una tesi in Filologia romanza. Dal 1973 ha insegnato presso diverse università canadesi, si è occupato di fenomeni di lingue in contatto, studio del piemontese antico e moderno ed emigrazione italiana in Canada. Tra gli altri, ha pubblicato La lingua piemontese (2009), La lenga d’oé e le lingue d’oc e d’oil (2011), I Sermoni Subalpini (2013).

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